03 Marzo 2011

void

Fu il nulla, lo sguardo fisso nell'universo di fronte a lei. Non vedeva una fine eppur sapeva che c'era. Una sensazione fredda sul viso e poi la realizzazione che stava piangendo. Gli occhi spalancati ed il suo viso ridotto a semplice maschera. Vuoto, come già aveva provato nella sua vita, ed il triste ricordo della inconsistenza dell'esistenza. Tutto era lì, nel mezzo del vuoto che fissava. Era il nulla, eppure racchiudeva tutto. Un buco nero che rappresentava la sua vita. Si sentiva trascinata in questo abisso eppure non opponeva resitenza, cosciente che se avesse anche solo mosso un dito avrebbe potuto trovare un appiglio ed uscirne. Non le importava. Il mondo non importava. Confusione e solitudine sembravano due paole che potevano descrivere i suoi anni. Valeva effettivamente la pena continuare in queste condizioni?

 
06 Febbraio 2011

vita

Ci sono momenti nella vita in cui ti trovi a guardare di fronte a te, momenti in cui una mano ti viene porta ed un sorriso illumina il tuo sguardo. Accettare. Fidarsi. Credere. Rischiare? Ogni scelta è una scommessa, da un lato e dall'altro e non c'è più da perdere nell'intraprendere una nuova avventura che nel proseguire su un cammino comunque ignoto.

 
04 Gennaio 2011

tears

Era nudo, nel buio della camera, e guardava. Guardava in silenzio. Niente pensieri, o forse troppi.
Non avrebbe dovuto farlo. non avrebbe dovuto sin dall'inizio proseguire una relazione così.

Diamine! E piangeva dentro. Il cuore si voleva spaccare ed era costretto a rimanere unito. DOLORE ATROCE!




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 Voglio piangere. Voglio strapparmi i vestiti della realtà da dosso. Voglio correre nudo sotto la pioggia e gridare senza senso perchè non ha senso la vita.

Voglio soffrire di felicità. Voglio...

piangere  con qualcuno, e non ferirlo.
Non usarlo. Non costringerlo a fare cose che non vuole. Non essere egoista. Non essere sciocco. Non essere superficiale. Non essere ciò che sono. Non voglio essere me. Non voglio più essere.

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perchè devo piangere?

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16 Maggio 2010

Traitors

'William! Come hai potuto?' scoppiò Henry fissando il suo amico. 'Tu, che mi sei sempre stato vicino, che conosci i sentimenti che provo per Edward, tu... che dovresti aiutarmi anzichè pugnalarmi! Come diavolo...' Ma non riuscì a terminare la sua frase che un nodo alla gola lo strozzò. Si lasciò cadere sul divano arabescato del suo salotto e cominciò a fissare il vuoto. Intorno a lui il silenzio e William che, sdraiato per terra, guardava il nobiluomo soffrire dopo l'atroce scoperta che lui stesso gli aveva rivelato.
Solo poche ore prima i due erano tranquillamente seduti in salotto, quando ad un certo punto il ragazzo cominciò a parlare.
'Henry...' e sospirò questo nome con un brivido 'E' successa una cosa che credo che tu debba sapere...'
Lord Henry non mosse un solo muscolo e seguitò nella lettura.
'Ricordi che ti avevo accennato all'invito che Edward mi aveva fatto l'altra sera?'
Nessuna risposta. Il giornale era immobile, così come il nobiluomo che solo ebbe un lieve scostamento delle labbra per lasciar trapelare uno sbuffo di fumo. William intanto lo guardava nella speranza di sentirsi ascoltato e compreso. Non era stata indolore la rivelazione che William avesse un appuntamento con il suo amato Edward  e che lui non fosse stato contemplato nel piano.
'Ecco... Il problema. O meglio, non è proprio un problema... E' più che altro una cosa insolita... Sai... Ecco... Insomma... Beh, siamo andati a cena insieme. Abbiamo parlato, riso e scherzato. E' stato proprio un bel momento. Siamo andati in quel nuovo ristorante di cui parlano tutti, hai presente? Ci hanno servito un sacco di piatti interessanti. Mai provato nulla di simile!' E sorrise sforzando un gesto di cortesia che possibilmente smussasse un po' il clima greve che non accenna a sparire.
Non aggiunse altro ed aspettò che Lord Henry dicesse qualcosa, anche un semplice grugnito, per intendere che seguiva, lo avrebbe fatto sentire più a suo agio.
Con sua grande gioia, Henry mosse la mano e piegò il giornale e lo depositò sul tavolino di vetro di fronte a lui. In quel momento il suo sguardo era fisso, scuro e pungente e per un attimo William sentì un brivido corrergli lungo la schiena e fargli tremare il cuore che, palpitando, lo avvisò di essere estremamente cauto nella scelta delle sue parole. Immobile come Il Pensatore, il lord immobilizzò con il suo semplice gesto muto il ragazzo.
'Procedi. Che cosa avete fatto dopo?'
'Ecco...' Imbarazzato, rigirava le dita tra le mani e fissava le scarpe nere lucide di Henry.
'Lui... Io... siamo usciti dal ristorante...'
'E...?'
Ma William non rispose. Silenziosamente rimirava intensamente i disegni del tappeto persiano che decorava il salotto e desiderava con tutto il suo cuore di non aver mai aperto quella comunicazione. Se avesse avuto una macchina del tempo sarebbe ritornato nel suo passato per avvisarsi di tacere, di non accennare nemmeno lontanamente a ciò che successe quella sera.
Con gesto nervoso Henry si alzò in piedi e, afferrando William per il bavero, lo schiacciò contro lo schienale del divano. Spaventato ed un poco confuso William giaceva inerte nella fredda morsa del Lord che, invece, colmo di frustrazione per essere stato escluso dalla vita di Edward, ribolliva di un calore tropicale. E se le circostanze non fossero state tanto nefaste, avrebbe avuto anche quel fascino sensuale dell'uomo vigoroso, capace di smuovere l più intimi componenti dell'organismo umano. Era sensuale, bello! Ed era raro vederlo in un atteggiamento tanto eccessivo, data la sua naturale mansuetudine. William lo osservava attentamente: il suo viso teso, i suoi occhi grandi, infiammati di energia passionale, la sua bocca... contratta e tuttavia desiderosa di aprirsi...
Dimenticandosi del perchè della sua posizione, il ragazzo delicatamente passò una mano dietro la nuca del nobiluomo, scostandogli leggeremente il colletto della camicia e, premendo delicatamente, lo avvicinò al suo viso e mentre le sue labbra si protesero sfiorando quelle del nobiluomo, uno schiaffo lo fece crollare sul divano.
'Va avanti e piantala di pensare solo al sesso!'
Tornato in sè, William lo guardò con superiorità, offeso per aver ricevuto un rifiuto tanto sfrontato. 'Potrei anche fermarmi qui. In fin dei conti, non sono obbligato a dirti ogni cosa che faccio.'
Henry, lentamente allungò la sua mano verso il viso del giovane, ma anzichè colpirlo, come William si sarebbe aspettato, gli passò delicatamente le dita sotto il mento e, senza mai scostare gli occhi, avvicinò il suo viso finchè le punte dei loro nasi quasi non toccarono.
'Io non sono obbligato a tenerti in casa con me. Lo sai, vero? Esistono gli ospizi là fuori e le persone come te sono sempre le benvenute' bisbilgiò con voce rettile il lord.
Gli occhi di William si sgranarono. 'Non lo faresti mai!'
Di tutta risposta il nobiluommo lo sollevò di pesò e lo gettò per terra. Quasi nello stesso momento si posizionò cavalcioni sopra il ragazzo pesandogli sul bacino.
'Lo senti il peso di un corpo?' Ed intanto premeva sul gracile fisico di William che, oppresso da tanto vigore, cominciava a trovarsi a disagio. 'Lo sai cosa vuol dire trovarsi qualcuno addosso che ti sfiora e ti costringe a fare cose che non vorresti nemmeno pensare? Tu credi che in quegli orfanatrofi per disadattati si faranno problemi a violentarti? Svegliarsi di notte con un peso così, addosso, ti piacerebbe?' E dicendo ciò premette ancora, costringendo il ragazzo ad accelerare il suo respiro. 'Parla!' e lo afferrò per i polsi. 'Parla, o giuro che questa notte a letto non ci torni' E fu chiaro per il ragazzo che il nobiluomo non stava scherzando e che, se avesse voluto, avrebbe potuto sodomizzarlo lì, sul quel medesimo pavimento senza che nessuno potesse intervenire a fermarlo.
'Henry... ti prego...' supplicò William con fatica 'mi stai facendo male...'
'E tu parla, o Giuda che non sei altro!'
'Henry, senti... non è stata colpa mia!'
'Cosa non è stata colpa tua? Cosa è successo quella sera?' Il suo peso che stava lentamente soffocando ed aumentando la circolazione sanguigna del giovane.
'Cosa. E'. Successo?' I suoi occhi lo scrutavano come solo uno scienziato può fare nel momento in cui osserva una cavia sottoposta ad esperimento che si contorce negli spasmi.
'Urgh... Henry per favore... Urgh... Non riesco a respirare!'
Lord Henry mollò la presa dei polsi ma rimase seduto attendendo una risposta soddisfacente.
'Siamo usciti dal ristorante ed abbiamo camminato... nel buoi delle strade, chiacchierando come ai vecchi tempi. Poi, all'improvviso... Edward... mi ha passato una mano intorno al fianco e...' Henry tremò per un attimo con brividi gelidi che, come scosse elettriche, gli attraversarono le ossa. 'mi ha baciato. Henry, senti! Non è stata colpa mia!' Il viso di Henry si era contratto in una smorfia di odio che, attraverso gli occhi, fece smuovere un invisibile blocco nel petto di William.
Il nobile rimase immobile a fissarlo.
'Tu... che... diavolo hai fatto?'
'Ehm... ecco... io...'
Indeciso sul come rispondere William stava tergiversando alternando pronomi con puntini di sospensione.
'Che diavolo hai fatto? Rispondi! Non hai contraccambiato vero? Dimmi di no!!' Alzò la voce Henry. Gli occhi ebbero un rapido luccichio.
Ma come faceva a negare una cosa tanto evidentemnte falsa?
'Si... Era da sempre che lo ammiravo e, finalmente, lo vedo fare ciò che a lungo avevo agognato. Come potevo non contraccambiare?' rispose un po' tristemente il giovane, scostando la testa per staccare gli occhi dal viso del nobile.
'Tu! Serpe! Satana! 'E fece una pausa che prometteva uno scoppio d'ira. Alzò il pugno destro ma, anzichè scagliarlo contro il viso di William, lo fece crollare sconsolatamente a terra.
'William! Come hai potuto?' scoppiò Henry fissando il suo amico. 'Tu, che mi sei sempre stato vicino, che conosci i sentimenti che provo per Edward, tu... che dovresti aiutarmi anzichè pugnalarmi! Come diavolo...' Ma non riuscì a terminare la sua frase che un nodo alla gola lo strozzò. Si lasciò cadere sul divano arabescato del suo salotto e cominciò a fissare il vuoto. Intorno a lui il silenzio e William che, sdraiato per terra, guardava il nobiluomo soffrire dopo l'atroce scoperta che lui stesso gli aveva rivelato.
'Io... senti... lo so che magari non ho fatto la cosa giusta, ma... che altro potevo fare?! In fin dei conti ha invitato me, non te!' E questo fu un colpo basso che Lord Henry percepì in profondità.
Girandosi con sguardo seccato si rovolse a William.
'Perchè l'ha fatto? Io non riesco a capire... Ma non era cattolico quel ragazzino viziato?!' sbottò.
'Henry... Io onestamente credo che in fondo non sia cambiato così tanto come credi tu. Sai? Tutti quei discorsi quella sera mi hanno suggerito che forse hai ancora qualche speranza.' e dicendo ciò gli appoggiò una mano sulla spalla.
Come smosso da un bisogno urgente, il lord si alzò all'improvviso dalla poltrona e, prendendo possesso del cappotto e del cappello, sfrecciò fuori dalla porta.
'Aspettami! vengo anch'io!'
Fermata una carrozza nera, Lord Henry fu raggiunto da William che, ansimando, lo supplicò di portarlo con lui.
'Perchè vuoi venire?' Lo sfidò il nobiluomo.
'Perchè voglio capire'
Henry allungò una mano e lo aiutò a salire. La carrozza partì nell'oscurità di una mite nottata primaverile diretta verso il centro di Londra.

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03 Marzo 2010

Francois, Duca di Calais

Era una notte semplice. Niente vento, niente rumori. Tutto giaceva immobile e nulla sembrava far apparire quelle ore diverse da qualsiasi altre precedenti o passate. Certo, la luna in cielo, grande, piena, albina, aveva un qualcosa di magico. Ma anche questo miracolo che al primo sguardo faceva sentire gli uomini soli abitanti di Serendipity si ripeteva ogni 28 giorni.

 

Nulla di nuovo. Nulla di che.

Eppure Lord Henry sentiva dentro il suo petto battere un suono profondo e lontano: la vita. La vita lo aveva rapito nelle ultime settimane e la sua nobile semplicità e quieta grandezza aveva abbandonato quel corpo e si era depositata, impolverata, sul vecchio comò all'angolo dell'ormai disabitato salotto orientale. Un tempo, il nobiluomo passava giornate intere nel suo studio osservando dalla finestra i rari passanti ed ascoltanto il pesante vuoto che congelava quella dimora in un luogo senza tempo.

Ma ora... Ora sentiva il sangue scorrere ancora nelle sue vene, come ai vecchi tempi in cui specchiandosi vedeva un Uomo, ed ogni immagine era diversa dalla precedente. Un essere in continua mutazione, che non conosceva differenza tra giorno e notte, tra luce ed ombra, tra passione e vita. Gli ultimi tempi lo avevano trasformato in un'ombra e gli specchi erano puri ornamenti casalinghi, che lo costringevano, perfidi narcisi!, a guardarsi e, contemporaneamente, pugnalarsi fino a che il suo semplice corpo non fosse ridotto che ad un ammasso di brandelli informi.

Sorriedeva alla sua esistenza e pensava, con incolmabile gioia nel petto: "Oggi è valsa la pena vivere."

Fu così che con questo umore rigenerato, un giorno capitò ad Henry un'incontro inatteso.

 

Il confortevole caldo del camino avvolgeva la stanza delinenado ombre sinistre sulla parete di fondo, trasformando il divano in una chimera e poi in una splendida donna, per ritonare infine ad essere un semplice profilo nero su un muro bianco. Su quel divano, rilassato ed un poco assonnato, siedeva il giovane William che, incuriosito da una nuova storia dell'ormai famoso detective privato inglese, aveva deciso di posticipare il suo ritiro in attesa di scoprire come Sherlock Holmes avrebbe risolto il caso.

Dall'altro capo del salotto, Lord Henry, invece, cercava distrattamente di riordinare il suo scrittoio: da quando aveva abbandonato la sua vecchia vita, le carte si erano impolverate e gli inchiostri asciugati. E seppur apparentemente le sue azioni sembravano compiute, la sua mente viaggiava in tutt'altra direzione.

"Francois! Hai gli occhi del mare e tra le tue iridi amo perdermi. Lasciami essere cullato dai tuoi flussi e trascinami, dolcemente, nella profondità delle tue acque." Vedeva di fronte a sè quest'uomo. A differenza dei suoi pecedenti incontri, il Duca di Calais era un individuo sulla quarantina non ancora compiuta. Più giovane del nobiluomo, ma sufficientemente erudito sul mondo. Il loro primo incontro avvenne una sera verso la fine di Gennaio. Un suo carissimo amico lo aveva pregato di unirsi alla sua cena di beneficienza. Non avendo trovato soddisfacenti scuse per rifiutare, fu costretto a recarsi a ciò che lui definiva 'un'utile perdita di tempo', e rinunciare così ad una serata in compagnia di William ed i suoi più intimi amici.

Giunto sul posto, la sua attenzione fu subito colpita da quest'uomo, così semplice in apparenza, ma tanto misterioso da suscitare in lui la più forte delle passione umane: la curiosità. E quando quest'ultima si impossessa di un individuo, nulla può essere cambiato fino a che il magico incantesimo non viene spezzato in bene, con la scoperta di un pozzo senza fine, o in male, con la realizzazione che di nuovo forse nulla c'è. La cena seguitò senza particolari novità finchè, al momento di trasferirsi nella sala da fumo, un brivido gli percorse la schiena e, voltandosi, si accorse che il suo curioso individuo era alle sue spalle e lo stava guardando. Imbarazzato ed un poco incapace di riprendersi da quegli occhi pungenti si sedette e cominciò a fumare una delle sue solite sigarette oppiacee.

"Henry!" chiese William dal divano "Non mi hai mai raccontato come incontrasti per la prima volta il tuo fantomatico amico, di cui ancora non conosco il nome. Perchè non me lo vuoi confidare?" inquisì il ragazzo.

Lord Henry di tutta risposta sorrise e, riponendo sulla scrivania le carte che stava consultando, si eresse in tutta la sua altezza e parlò, lentamente, sensualmente.

"Tu faresti conoscere al tuo più caro amico, che si prende cura nel modo più impeccabile che esista, il nome di colui che potrebbe potenzialmente prendere il suo posto?"

Il giovane non disse nulla, ma non potè smettere di pensare a ciò che era stato detto. Prendere. il. Posto.

"Tu mi sostituiresti per lui quindi?"

"Non lo so... ma potrebbe succedere. Ed in tal caso non voglio che nei tuoi incubi compaiano immagini estranee e nomi da gridare. Ciò che non ha nome non può essere maledetto."

"Lo sai che io comunque un giorno scoprirò di chi tratta? Ho sufficienti conoscenze per scoprire cose che, agli occhi ingenui o forse volontariamente cechi della società, non esistono" stuzzicò William.

"In tal caso almeno non santirò su di me il peso della coscienza per essere stato causa del tuo dolore" rispose con semplicità il nobiluomo.

"Che...?

Va bene. Non aggiungo altro...

Come vi siete conosciuti?"

"Così mi costringi a darti dettagli che potrebbero venirti utili nella ricerca. Sei subdolo, William" ridacchiò.

"Ammetto di peccare in curiosità"

"Solo una cosa ti posso dire: mi ha chiesto una sigaretta. E da lì è partito tutto."

"Tutto... cosa? Non mi hai mai detto nulla. Io so solo che tu in questi giorni hai altro per la mente e quando ciò succede solo due sono le spiegazioni: O hai un progetto, ma non è il caso poichè altrimenti passeresti la giornata a scrivere, o c'è un uomo." E mentre diceva quest'ultima parola, un'occhiata saccente colpì il viso di Henry che fu costretto a voltarsi.

"Se sai così tanto di me, perchè mi fai tante domande? Tu, che ti diverti a giocare a fare Sherlock Holmes, che puoi dedurre da una minima quanità di spirito sotto la suola del mio cuore dove mi sono diretto, o dalla profondità delle tracce nel mio viso cosa mi ha turbato. Dimmi tu, cosa sai di me?" lo sfidò il nobile, un poco irritato da tanta intrusione nella sua sfera privata.

William piegò il giornale e lo depose sul tavolino accanto al vaso di fresche rose gialle e si alzò in piedi. Presa una sedia, si accomodò appoggiando le braccia incorciate sullo schienale e fissò il suo maestro.

"Hai incontrato quest'umo di recente, ma non troppo. Potrei azzardare... un paio di settimane. Non l'hai ancora baciato, e questo lo vedo dal fatto che deliri mentalmente e ti autopunisci per azioni non compiute. Vorresti abbracciarlo, ma non sei certo del come farlo. Percepisco inoltre che quest'uomo non è di conseguenza un ragazzo. Deve avere qualcosa in più: esperienza. E tu non sai come trattarlo, perchè non conosci fino a che punto egli sappia della vita. Infine, posso dire con certezza che non è inglese."

Lord Henry lo guardò un po' sorpreso, non tanto per le rivelazioni che, proveniendo da una persona a lui vicina potevano risultare ovvie ad un attento osservatore, quanto per l'ultima frase.

"Come puoi dire che è straniero?"

"Perchè stai leggendo così tanti libri in francese?"

"Per hobby. Lo sai che ho sempre avuto un debole per questa lingua e non di meno per i suoi incredibili poeti."

William lo guardò un momento e poi, alzandosi, ripose la sedia dove l'aveva trovata e si ridiresse verso il sofà ed i suoi cuscini.

Lord Henry non capiva come interpretare la sua azione. Era un modo schivo per accettare la sconfitta o, al contrario, rifiutava di battersi perchè la sua scusa era apparsa stupida?

Rimase fermo a fissare il giovane nella speranza di una mossa che gli desse lo spunto giusto per tramutare quel gesto in parola.

Nulla. Tutto taceva e solo l'orologio del corridoio ricordava che il tempo non si ferma. Mai.

"Può darsi" disse dal nulla William "ma io rimango della mia idea: è francese!"

"Cosa cambia per te che sia straniero o inglese?" rispose con enfasi Lord Henry.

"E' il duca di Calais, vero?"

E quelle parole furono seguito da due occhi penetranti, furbi, a cui era impossibile mentire. Fu normale conseguenza che l'unica carta rimasta nella manica del nobiluomo fosse quella di andarsene, irritato, ed un poco imbarazzato dalla trasparenza che aveva mostrato. Se era tanto facile decifrarlo, forse William non era l'unico che sapeva. Forse altri conoscevano il suo segreto. Forse Francois stesso era a conoscenza delle sue intenzioni.

Con questo pensiero che gli roboava nella testa come un temporale estivo si diresse in camera sua e lasciò che Orfeo, ancora una notte lo cullasse, nel modo in cui, avrebbe sperato, anche un giorno il duca avrebbe fatto.

Luna.

 

 

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25 Gennaio 2010

Youthness

'William, vorrei parlarti. Puoi?' Chiese con voce leggera Lord Henry 'C'è una mano incredibilmente potente che mi stringe il cuore ed ho bisogno di qualcuno vicino con cui confidarmi'.
Il ragazzo si alzò dal divano impreziosito di cuscini dai più svariati motivi orientali e si diresse con calma curiosità verso la finestra che circondava nel suo obiettivo cristalino la perfetta figura dei due amanti pietrificati nell'attimo precedente lo scocco del loro bacio d'amore.
'Vivo solo da troppo tempo e non posso fare a meno di cominciare a sentire su di me il peso della mia stessa mente. Mi sembra di essere Atlante, costretto ad avere un fardello che piano piano diventa sempre più pesante e le mie braccia cominciano a cedere sotto la mole di tensioni che il mio animo ha intrecciato in questi anni'.
Mentre diceva ciò, giocava distrattamente con le morbide volute della tenda. Le accarezzava, arrtoloandole fino a formare dei bellissimi boccoli di seta che, abbandonati dalle sue dita affusolate, ricadevano come acqua cristallina che si precipita in caduta libera dalla cima di una cascata.
'Sento che aver votato la mia vita alla pura ricerca di un controllo sulle mie emozioni, unico mezzo che avevo trovato per imparare a sopportar il peggior lato di me, non è forse l'unica via percorribile. Forse esiste altro. Forse la felicità non è irraggiungibile.' Disse ammirando intensamente la luna.
'Henry,' interruppe William ' io credo che esista una via, ma tu sei troppo artificioso per vedere il ricciolo da cui parte'.
'Quindi secondo te, io non ho alternativa..?'
'Per ora no. Se riuscissi a decostruirti un poco e aprire uno spiraglio in quella roccaforte che hai abilmente innalzato intorno a te, un pizzico di felicità farebbe breccia nel tuo tetro cuore' rispose il giovane appoggiando la sua mano su quella fredda del nobiluomo.
'Ritieni che il mio cuore sia scuro?' chiese incuriosito il nobile.
'Hai votato la tua anima alla castità nel momento in cui giurasti di abbandonarla per sempre e di accogliere tra le tue braccia la rettiliforme ragione. Hai rinchiuso il tuo cuore nelle sgrete di una cella monacale e lì ancora giace in attesa della sua sentenza. Hai forse dimenticato tutto ciò?'
'no...'rispose pensieroso'non ho dimenticato. Lo sento ancora pulsare in profondità e la sua onda si propaga dentro di me torturandomi con terribili dolori. Il suo pianto di prigioniero a cui è negata la luce del sole non può passare inudito. Stride di notte con voce inumana e di giorno singhiozza le lacrime più acide. Non posso dimenticare colui che ho condannato. Tuttavia, non posso nemmeno liberarlo. E' un pericolo per la mia serenità. Lasciarlo respirare a pieni polmoni la fresca brezza primaverile vorrebbe dire tornare ad inseguirlo per eveitare che distrugga quel mondo cristallino che ho faticosamente creato.'
'Non hai altra strada'
'Non posso! William... ho provato con Edward. Quando l'ho visto il mio cuore ha sussurrato parole sensuali al mio orecchio e lo ha convinto a liberarlo. Ho assaporato momenti di gioia indescrivibili, ma poi l'inevitabile caduta nel baratro profondo della disperazione.
Ho sofferto troppo per permettere a questo dispensatore di sofferenze di vagabondare libero nei meandri della mia anima.'
'Ma la tua idea iniziale allora? Hai detto di aver considerato un'altra opzione...'
'si... ma ci vuole coraggio per procedere. Potrei tentare di lasciar volare il mio cuore, tenendolo tuttavia legato con uno spago di seta' disse Henrys sfiorando con la sua mano le gote fresce di William 'Potrei provar ad affezionarmi a qualcuno. Qualcuno che mi è sempre stato vicino' e mentre diceva ciò, come un cieco che incontri per la prima volta una persona, passava le sue dita sui lineamenti fini del giovane, memorizzando con ogni sensore tattile la superficie che toccava. Prima pelle liscia e velluatata al tatto, come un'albicocca matura, poi leggera e delicata, una membrana che nascondeva due occhi color ossidiana, e poi una curva rossa, con piccole crepe che spariscono in un sorriso enigmatico. Il lord avvicinò lentamente le sue labbra melograno a quella culla del piacere e sentì il caldo tepore di un corpo vivo, che respira ed ha passioni così profonde che, per un'attimo, gli provocarono un sussulto di timore.
'Cosa stai provando ora?' chiese a bassa voce al suo discepolo.
Il cuore palpitava. Si sentiva anche senza appoggiare alcuna mano sul petto. Le sue mani erno diventate tiepide come una coperta invernale e nei suoi occhi brillava una lucentezza tale che li faceva apparire come un pozzo profondo dalla cui imboccatura era possibile scorgere l'acqua che si agitava sull'oscuro fondo.
'Insegnami ad amare ancora, poichè la mia parte più sensibile è rimasta nel cuore di colui che ho amato e che invocherò nel letto di morte. Ma non posso nemmeno rimanere a lutto. Sto morendo internamente. Un tumore dell'anima si sta espandendo velocemente e deve essere curato prima che la mia vita volga al termine.
Tu sei giovane e senti cose che io ho dimenticato da tempo. William. Amami ed insegnami a soffrire per un'amor che non posso avere, a sorridere spensieratamente di fronte ad una persona. Accoglimi tra le tue ali protettrici e ridonami la vita che con tanto disprezzo ho scioccamente buttato via.'
'Sei sicuro di ciò che mi chiedi?' disse queste parole con gravità, fissando Lord Henry negli occhi 'Sai che dovrò smantellare la tua roccaforte e donargli forma nuova? Dovrai soffrire per questo e disintossicarti di tutti i veleni che hai inghiottito in questi anni.
Sei disposto ad abbandonare il tuo riflesso?'
Il nobiluomo rimase fermo, con le pupille dilatate. La lotta interiore tra il riaffrontare le sue paure e rimanere chiuso in sè stesso era visibile nei suoi occhi, ma la sua bocca pronunciò quella terrbile sillaba: 'si'.
In quel momento un sorriso gli attraverso il volto. Guardò le sue mani e pensò che stava per ricominciare un'altra volta da capo: le lotte con sè stesso, le notti a girarsi tra le coperte chiedendosi il perchè delle cose... l'abbandono del suo vecchio amore. Forse non era ancora pronto per questo e forse strada facendo avrebbe scoperto che in medio stat virtus e che forse non era obbligatorio dimenticarsi di chi si era per divenire qualcuno di nuovo, ma voleva provarci. Era la sua nuova sfida e questa volta riguardava solo lui.

"Do you really think it is weakness that yields to temptation?
I tell you that there are terrible temptations
which it requires strength,
strength and courage to yield to"
(O.W.)

 

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07 Gennaio 2010

abysm

C'è un momento nella vita di ognuno nel quale ci si ferma e le particelle invisibili che costituiscono il nostro essere rimangono sospese, come incapaci di accettare l'inevitabile destino a cui la forza di gravità le obbliga a sottostare. Il tempo si ferma e la luce smette di vibrare. Il mondo diventa vuoto e senza senso. Non tutti hanno l'onore di percepire la vacuità dell'esistenza, ed i pochi eletti avrebbero di gran lunga preferito essere comuni mortali. E' la sensazione del vuoto assoluto, probabilmente, in cui una piuma cade con la stessa velocità e potenza di un sasso. Non sapere nulla e percepire la conoscenza stessa come atto inutile poichè aria che si disperderà nell'inevitabile incontro con la terra umida. Ignorare diventa importante quanto amare, ed amare .... come ignorare.
Se esiste una vita, capirne il senso è essenziale per indirizzare le forze. Perderlo equivale ad annegare nel mare del tempo. Vederlo sfuggire agilmente tra le dita delle tue mani con le quali puoi afferrare tutto, ma non una piccola boa sulla quale risalta la spessa scritta "felicità". Tu, povero uomo abbandonato dal triste destino che guarda la gioia galleggiare a pochi metri, ma non hai forze per legarti a quell'ancora di salvezza. E Leviathan, lentamente, ti trascina verso il fondo. Azzurro, blu, nero. Una grande tomba corallina, sarcofago di un cuore infranto e casa del tuo dolore.
Lo vedeva tra le sue dita ffusolate quel cuore frantumato: era bronzeo ed incredibilmente brillante. Un dito accarezzava la spaccatura verticale che lo aveva tramutato in un umile residuo minerale e gli sembrava in quei momenti di percepire una fitta nel cuore. C'era un succhiello che insistentemente gli forava il petto.
Pensò: "Un giorno ero incredibilmente felice con te. Eri la mia vita e nulla mi avrebbe fatto credere che ti saresti separato da me. Ma fu il destino a decidere al posto nostro e tu partisti per terre ignote, lasciando a me solo l'inebriante profumo dei tuoi capelli. Ora ti risento. Ti rivedo. Ti sorrido, come feci negli anni passati, ma sento il cuore infranto e la bocca secca di amarezza. Non ho più occhi trasparenti nei quali riflettere la tua immagine trascendente e le mie mani... le mie mani non sono nemmeno più degne di sfiorare l'aurea che ti circonda. Ho perso tutto per un sogno ed ora non so che fare.
Avevo una donna. l'avevo amata, come mai nessuno avrebbe immaginato. Era intrigante, dalle caratteristiche selvaggie. Possedeva l'ardore che a me mancava. Fui trascinaato nel fondo dell'abisso amoroso ed abbandonato con una palla metallica al piede a gemere, senza nessuno ad ascoltarmi. Fui battezzato quel giorno. Abbandonai la mia vecchia vita pindarica laggiù e mai più la ricercai. Ma il mio cuore giaceva là, sepolto dai relitti di una nave dalle sembianze draconiche e la chiave, impolverata, dello scrigno era stata imprigionata in un vecchio cassetto della soffitta della mia mente.
Chissà se fu davvero così? Forse sogno, forse piango, forse respiro. Cosa è vero? Cosa è falso?
E poi dedicai la mia esistenza a te, mio amato ragazzo. E fu la fine della mia felicità. Se col precedente fallimento avevo cancellato metà di ciò che la vita mi concedeva, con quest'ultima azione avevo dao il colpo finale alla mia già martoriata esistenza. Mi rinchiusi giù, insieme al mio cuore ed alla mia chiave, impossibilitato a tornare a galla, trattenuto dal peso della chiave nella mia testa e dal cofanetto troppo pesante per le mie deboli braccia.
E giaccio immobile. Aspetto. Guardo lassù il mondo dei vivi. E aspetto.
Un giorno il mondo crollerà o l'acqua si ritirerà o... io cesserò di emettere bolle. In ciascuno dei tre casi il mio corpo tornerà a vedere la luce del sole e sarà di nuovo festa.
Sorrido. E' gradevole essere cullati dalla tiepida luce diurna. E' bello essere innamorati."

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06 Dicembre 2009

Keeps raining all of the time

Il mondo si plasma su pensieri volanti ed è forse proprio vero che la realtà esiste perchè qualcuno la vede. Quando Henry si appoggiò con la fronte sulla fredda lastra di vetro del salotto, solo potè pensare a quanto complicata e senza senso fosse la vita che si era creato. Non esisteva un punto fisso. il mondo girava e lo faceva così pazzamente che gli sembrav di essere su una giostra da cui era impossibile scendere. E vedeva le persone felici passare al di là della finestra, al di là del suo barocco giardino, al di là del suo mondo. Fuori. Gli pareva che quelle piccole creature fossero le più amate da Dio perchè ridevano e scherzavano: la giovane dama sorrideva all'uomo al suo fianco tenendogli la mano stretta a braccetto e i passanti, ignari della loro fortuna, proseguivano nel loro apparente eterno peregrinare.
Un sorriso. Henry pensava al suo amato Edward e lo vedeva seduto vicino a sè. Erano una coppia felice e fuori era primavera. Il sole tiepido accarezzava le gote del suo ragazzo agelico. Lui sorrideva. Ed i suoi occhi erano felici e pieni di vita. Lo sfiorava con la mano  si abbracciavano a formare una mela perfetta: le due metà ricongiunte sono finalmente insieme. Ma Edward non è lì e fuori la pioggia imperversa. Non ci sono sguardi in cui perdersi o mani da incrociare. E' il vuoto. E vuoto sia.

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05 Ottobre 2009

Nonsense

-Henry! Ti devo raccontare una cosa. Riguarda Edward, ma credo che sia importante che tu la sappia.
Fu così che la spaccatura nell'animo di Lord Henry si sgretolò. Era il suo amato William a riferirgli la terribile verità che teneva il suo caro Edward lontano da lui. Lo afceva con parole semplici, a volte troppo dirette, attraverso suoni troppo forti per essere uditi dalle orecchie dell'anima senza venire danneggiate.
Tutto era cominciato quella sera, quando, immerso nei suoi pensieri eterei, il nobile era stato interrotto dal suo poeta per essere riportato bruscamente sulla terraferma e l'atterraggio fu davvero doloroso!
-E' diventato cattolico.
-cosa? - Scoppià improvvisamente Henry sgranando gli occhi.
-Si è convertito durante il suo soggiorno in Francia. E si è pure fidanzato. - Rispose con voce ferma William.
Il nobiluomo non poteva credere alle sue orecchie. Non era concepibile che Edward, il suo caro angelo, la sua più bella creatura avesse preso una tale strada. Non era possibile. Rasentava l'assurdo tutto ciò.
-Come l'hai saputo?- Chiese Henry con sguardo minaccioso e mente dubbiosa. Forse era solo una sua ipotesi. Forse non era vero..
-Me lo ha raccontato lui stesso l'altra notte prima di coricarsi. Mi ha spiegato che ha trovato nella Chiesa Romana la sua pace interiore e che ora è felice... e che ti vuole aiutare ad uscire dal tuo mondo di angosce interiori. Lui ti conosce bene, ho scoperto. Sa che soffri e che non trovi via di scampo dalle tue pene.
Il nobile ascoltava con la bocca spalancata, ancora incapace di metabolizzare ciò che aveva appena udito.
-Io... ti capisco Henry, veramente! ma non puoi continuare a starci così male. Devi accettare la realtà: ora lui crede nei precetti di un Dio che considera l'atto carnale tra due uomini come cosa contronatura e per tanto da evitare assolutamente. Non ci puoi far niente...
Lord Henry allungo un braccio mollemente verso il tavolino dove aveva appoggiato al sua sigaretta acnora imbibita di aromatico oppio e, tranquillamente ricominciò a fumare. William lo guardava non riuscendo a decodificare quel suo atteggiamento così improvvismente mutato. Si sarebbe aspettato una reazione agitata, magari della rabbia, ma non la serenità fatta persona! Era lì imobile che fissava le fiamme del camino di fronte a sè. Il fantasma albino usciva dalle sue narici e si dissolveva nell'aria. Ancora una volta inspirò e liberò la creatura intangibile, ma non disse nulla.
Il giovane allora gli si avvicinò dal dietro silenziosamente e all'orecchio gli bisbigliò -L'oppio non risolve i tuoi problemi. E' troppo freddo per darti ciò di cui hai bisogno - e mentre gli diceva ciò la sua mano cominciò a scivolargli delicatamente sui lembi della giacca ed a sbottonargli i primi bottoni del panciotto. Lord Henry non disse nulla. - Mi baceresti ancora come facesti quella volta, quando mi iniziast al culto del corpo? -
Il nobile non reagì. Era troppo preso dai suoi pensieri per ascoltare questo ragazzino intento a trovarsi il diversivo per una serata troppo noiosa da passare in casa.
-Avanti...
Le sue labbra si posarono accanto a quelle del nobiluomo. Henry si alzò di scatto spegnendo la sigaretta ed uscì dalla stanza senza nemmeno girarsi. Aveva un solo obiettivo ora: parlare con Edward. Doveva sentire dalle sue labbra a petalo di rosa quelle parole orribili. Forse era masochismo che lo spingeva, ma, per come era fatto lui, era meglio morire per una verità troppo crudele che vivere nella menzogna.
-Henry! -Gridò William dal salotto -Henry! Per diana! Cosa credi di fare? Pensi che ti ascolterà? pensi forse che riuscirai a convincerlo a tornare a letto con te? Sei un disperato! e ti farai solamente del male! Henry!
Il ragazzo era sulla porta del salotto e guardava la sagoma di spalle del lord che scompariva nell'oscurità del corridoio inghiottito dalle tenebre dell'ignoto.
-Sei solo uno sciocco. - disse William facendo scivolare una lacrima - Cosa credi di poter fare?
Ed il suo sguardo continuava a fissare là dove pohi secondi prima l'ampia schiena del nobiluomo riempiva il vuoto.

Lord Henry stava camminando con passo deciso verso la stanza di Edward quando all'improvviso la porta si aprì e comparve lui, il suo Angelo Lucifero, che lo aveva tradito. I due si fissarono per un momento e poi Henry prese la parola per primo:
-Ti devo parlare. Vieni!
E, prendendolo per il braccio lo trascinò dentro la stanza. Tenednolo fermo con le sue magnifiche mani lo guardava dritto nelle pupille e solcava i vasti oceani della sua anima sondando i luoghi più remoti di quel misterioso sguardo che tante volte lo aveva immobilizzato.
-Voglio sapere! - gli disse - E' vero ciò che mi ha detto William? Sei davvero diventato cattolico?
Il suo sguardo fisso, impaziente, preoccupato, ansioso, eppure ancora così pieno di fascino.
Edward reclinò la testa - si, ma non è colpa tua. Non devi ritenere che sia stato ciò che mi hai fatto a portarmi verso Gesù e verso Marie. E' stata la mia disperata ricerca di un po' di pace che mi ha fatto rilassare tra le braccia di Dio e riposare sui seni della mia amata ragazza. Con loro sono felice, Henry, e non capisco perchè tu non possa accettare tutto questo.
Il suo sguardo era triste. Quello del nobile spaventato: le pupille erano dilatate e le sue mani stavano perdendo lentamente la loro forza.
Udire dei pensieri tanto sinceri da quella bocca color melograno lo aveva privato di qualsiasi capacità di reazione. Era fermo, come se il tempo lo avesse congelato in quel momento di terribile agonia.
-Io devo andare Henry. Mi dispiace che finisca così. Ti volevo bene, e te ne voglio ancora, ma non puoi aspettarti che le persone non cambino.
Disse queste ultime parole acarezzandolo e con sguardo basso uscì dalla stanza.
Henry aveva ancora le sue parole che gli rombavano nella testa e facevano un rumore frastornante, ma fuori tutto taceva.

-Edward! Che diavolo... - William lo vide uscire di corsa dalla casa e gli aprve di scorgere una goccia di rugiada sulle sue ciglia dorate. Lo scorse mentre girava al cancelletto e poi non lo vide più.
Rimase sulla porta così, mentre la sua anima che tante volte aveva udito le confessioni di quell'uomo sommessamente singhiozzava perchè sentiva che le cose si erano volte al peggio. Poi si ricordò di Henry e corse immediatamente nel cuore dell'edificio e la vista che vide quando entrò nella camera da letto di cupido fu quella di un corpo scuro  pesantemente accasciato sul tappeto.
Si gettò su Henry cercando di svegliarlo -Henry! Henry! Ti prego! - gli disse disperatamente. - Non mi lasciare anche tu! Per favore!
In quel momento si accorse che il nobile teneva stretto in mano qualcosa. Aprendogliela vide cadere la fialetta di oppio con la quale era solito aromatizzare le sue sigarette. Solo che era vuota e il greve odore dolciastro si spargeva per la stanza trasforamndo le pareti in lucenti cascate profonde come il mare. Ed il soffittò si spalancò mostrando le più belle stelle che avesse mai visto. Erano luminose e brillavano ad intervalli irregolari, scintillando come colpite da una luce divina.
-Ed..w..war..d... -
William sentì un bisbiglio provenire dal corpo che teneva tra le sue braccia.
-O mio dio! Henry! Sei vivo! Come sono felice! E dicendo ciò lo strinse forte al suo petto. Lo abbracciò e gli passò le mani tra i capelli ed annusò il suo meraviglioso respiro più intriso di aroma che mai e lo volle baciare, eprchè gli mancava quel gusto.
Le loro labbra si incontrarono e le lingue giocarono a rincorrersi nella notte pesante di quella stanza dai magici effetti.
-Oh... Edward!Alla fine hai deciso di tornare da me. - disse Lord Henry con uno dei sorrisi più felici della sua vita. -Ti amo. E non so come potrei vivere senza la tua splendida pelle. e i tuoi occhi. Come sono belli!
Dicendo ciò accarezzò la nuca del giovane e portò il suo viso verso il suo. Voleva che fosse suo. Solo suo. Era il suo angelo e lo vedeva irradiato di un'aurea eburnea. voleva essere compartecipe di quel potere divino.
-Henry! - udì con voce sottile - Sono William. Edrward se ne è andato.
Ma il nobiluomo non udì queste ultime parole. Era ritornato nel mondo dell'incoscienta ed ora vagava in regni strani, abitanti da creature fantasiosi e tentatrici. Non vedeva altro davanti a sè se non l'immagine distorta della sua mente.

Fu lo scroscio dell'acqua a svegliarlo dal torpore. era sdraiato sul divano del soggiorno e William stava sciaquando la pezza umida che fino a poco prima poggiava sulla fronte del nobile.
-Edwrad se ne è andato henry, e non credo che tornerà più.
Il nobiluomo ascoltò, con la testa che ancora martellava, ma non disse nulla. Solo chiuse gli occhi e pensò:
Non ha più senso ormai. Non ce ne ha mai avuto. Sin dall'inizio. Nulla ha senso.

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24 Settembre 2009

Moonlight serenade

Era buio nella reggia barocca di Lord Henry. La malinconica luna accarezzava timidamente il mobilio del salotto creando un'atmosfera strana, dalle note cimiteriali, eppure incredibilmente vitale. Le ombre si allungavano contro la parete ovest della stanza e disegnavano creature condannate all'esilio dalla luce diurna. Pareva in quei momenti che la casa fosse disabitata e che gli unici sopravvisuti ad una incommensurabile catastrofe fossero esseri storpi, senza corpo, paralizzati nella loro fuga dal dolore.
In mezzo alle creature notturne siedeva Lord Henry. Questa notte era solo. Nessun angelo a riscaldare il suo freddo sonno, turbato da visioni mistiche ed indecifrabili. Gli era parso, durante uno di questi sogni, di vedere il suo amato Edward, mano nella mano con la sua creatura più bella, William. Li vedeva felici. Sapeva che Edward, col suo spirito puro sarebbe stato una guida migliore di lui, una vecchia anima debilitata dai vizi e dagli abusi. Sapeva che il suo angelo dai capelli corvini non sarebbe rimasto per sempre con lui, eppure soffriva terribilmente all'idea di tornare da solo, di rivedere quella enorme abitazione vuota e silenziosa.
Erano passai ormai mesi da quando Edward era tornato da lui. La sorpresa durante quella notte di agosto lo aveva lasciato senza fiato. Il cuore aveva ricominciato a palpitare dopo un lungo coma. Aveva rivisto il suo sorriso, accarezzato la sua morbida pelle e sfiorato con le labbra la serica pelle delle sue magnifiche guance. Ma nulla di più. Edward era tornato per rivederlo, ma nonstante l'affetto che li legava, il giovane non era più innamorato del nobiluomo. Ed Henry lo sentiva. E soffriva...
Per un attimo aveva sperato che i suoi segni d'affetto fossero esternazioni dei suoi sentimenti interiori, ma quanto si era sbagliato! Fu quando tentò di baciarlo che si rese conto che era stato solo un sogno la sua vita condivisa con quel ragazzo, che non era possibile che ciò avvenisse. Ed in quel momento il suo sangue gelò. Il cuore tentava disperatamente di pompare ancora linfa vitale nelle sue vene, ma queste erano talmente intirizzite dal freddo che non facevano passare nulla. Impallidì. E si fermò. E capì che non c'era più nulla da fare. La delicatezza con la quale Edward lo aveva fermato nel suo gesto era quella di una madre che protegge il figlio.
Dio, che sofferenza!
Lord Henry si passò le mani sul collo e poi sul viso e poi le guardò e cominciò a parlare, da solo, alla lunare atmosfera del suo covo.
-Queste mani... hanno toccato un dio greco, e la sua polvere celeste le avvolge ancora. Sono come Prometeo, condannato all'eterna sofferenza per aver osato troppo.
Ma perchè tutto ciò? Perchè... ha smesso di amarmi..? Perchè...?
Chiuse gli occhi e tentò di ascoltarsi alla ricerca di una risposta che avesse un senso, ma solo il silenzio rispose.

Mollemente si alzò dal morbido divano e si diresse verso le camere da letto. Attraversò il corridoio e si fermò di fronte alla porta di Edward. Rimase immobile fissando la preziosa decorazione aurea che adornava la porta. Forse doveva parlargli e capire il perchè, svelargli i suoi sentimenti, scoprire che scopo dovesse avere la sua vita ora.
Rimase muto ed immobile per qualche minuto; poi respirò e delicatamente appoggiò la mano sulla maniglia. Con un impercettibile cigolio la porta si aprì.
La stanza era ovviamente buia, e la curiosa luna che sbirciava il salotto si era introdotta anche qui per ammirare il magnifico angelo caduto dal cielo. Henry si fermò ad osservarlo. Era appoggiato su un lato e teneva le gambe piegate. Come un bambino a cui manca la propria madre, il ragazzo teneva tra le braccia il cuscino e lo stringeva a sè, contro le sue gote e le sue labbra. Sembrava una statua dei tempi classici tanto era bello.
Il nobile si sedette sul bordo del letto e, accarezzandolo con mano ferma, gli spostà un ricciolo dal viso. Ora poteva vedere meglio anche gli occhi. Ancora chiusi dalla magia di Orfeo, erano grandi e le lunghe ciglia che li adornavano sembravano disegnate dal pennelo di un grande artista. Il naso, minuto, era immerso nella stoffa e sembrava parlare del suo carattere sbarazzino non meno di quanto facevano quelle meravigliose iridi azzurre. La curva del viso, poi, proseguiva delinenado le labbra più belle che avesse mai baciato. Le sfiorò con l'indice e le sentì morbide al tatto, come albicocche mature. Non poteva vedere il colore in quel momento, in quanto la notte aveva rubato l'elegante tintura rosata che Henry tano bene ricordava.
Provò l'immediato istinto di avvicinare le sue e sentire se il sapore era ancora quello di una volta, ma si trattenne e preferì semplicemente appoggiare il suo capo sul cuscino per guardare meglio il suo amore perduto.
-sei così bello...
sussurrò così debolmente che le sue parole si sarebbero potute scambiare per un rivolo di vento.
Lo rimirò ancora un poco, giusto il tempo di accarezzarlo ancora una volta. L'ultima.
-Io devo andare, Edward. Non posso sopportare di vivere in una teca di cristallo. Morirò da rosa selvatica nel giardino di una villa abbandonata, mentre tu, bocciolo prezioso, crescerai in tutto il tuo splendore in una magnifica serra, rimirato ed amato da tutti.

Sollevò la testa e fece per alzarsi quando sentì una mano sfiorargli le dita.
-ti prego, aspetta...
Henry girò lentamente la testa e vise il dolce viso del ragazzo sorridergli e baciargli la mano.
-Ti prego di non andartene, Henry. Ho ancora molto da ripagarti- disse abbassando lo sguardo -Sei stato il mio maestro. Mi hai insegnato cosa sia la vita e cosa sia la morte. Grazie a te ho avuto la possibilità di provare cose che pochi hanno solo immaginato. Io ti sono debitore e non voglio per questo essere la causa dei tuoi dolori. Tuttavia...
Edward si interruppe. Lord Henry lo guardava con occhi ansiosi.
-Tuttavia, non posso fare ciò che tu desideri.
il ragazzo disse queste parole lentamente, guardando la mano che teneva tra le sue, osservando l'eleganza delle dita e tastando la morbidezza di una pelle mai venuta a contatto coi lavori manuali.
Lord Henry rimase esterrefatto per un attimo; gli occhi sgranati e le labbra semichiuse. Poi girò lo sguardo e disse -Non capisco, ma non ho altra alternativa che accettare ciò che dici.
Commentò il nobile fissando la luminosa luna gialla che faceva capolino dalla finestra.
Tra i duoi uomini cadde il silenzio: Edward continuava ad analizzare la mano del nobile e Lord Henry prese parte alla funerea danza della luce lunare.
-Henry... Ti prego di non prenderla così male. Io..- disse - Io... so quel che provi, ma se c'è una cosa che ho appreso dai tuoi insegnamenti è che uno deve sempre seguire il proprio istinto. Io so che ti farei cosa gradita se mi avvicinassi a te e ti accarezzassi il viso e ti baciassi. Lentamente, appassionatamente, come ai vecchi tempi, ma saprei anche che ti farei del male.
Le cose sono cambiate da quando mi prendesti sotto la tua ala la prima volta. Ora so che questo tuo interesse non è una buona cosa. Mi piacerebbe poterti aiutare a cambiare, a tornare ad apprezzare le belle fanciulle, come la società richiede. E accetta.
Henry non rispose. Rimase pensieroso a fissare la splendida dea del cielo, ma una lacrima cercò di fare capolino. Si trattenne. Non voleva piangere. Non qui almeno...
-Capisco... - fu tutto quello che fu in grado di pronunciare.
Tolse la sua mano dalla tenera presa di Edward, che sconvolto da tanta cripticità del suo caro amico, lasciò scivolare le dite senza nemmeno accorgersi di ciò che stava succedendo. Tutto ciò che vide fu un'ombra allontanarsi e varcare la soglia della sua camera per sparire inghiottita dall'oscurità della casa. Non capì. Forse non ne era in grado, ma ciò che aveva detto, sicuramente con le migliori intenzioni, non sarebbe potuto essere stato superato come riusltato sull'anima del nobile nemmeno dal più indecente degli insulti. Non comprese che il suo tentativo di raddrizare un'anima contorta poteva produrre rottura. Alcune anime sono storte, ma flessibili ed è facile riindirizzarle verso il senso comune. Altre sono terribilmente rigide ed articolate e c'è il riscio di spezzarle se si toccano. Esse devono crescere naturalmente, come i rovi in un bosco. E' il loro destino: una volta nate si sviluppano autonomamente, magari soffrendo perchè devono cercare la luce attraverso pertugi e passaggi, quando invece gli altri tronchi più grossi e dritti non hanno difficoltà a trovarla. E' così. E i grossi alberi non potranno mai capire la vita dei piccoli abitanti del sottobosco culturale. Loro pretendono che tutti siano grandi piante, perchè sanno che è più facile vivere, ma non è ciò pensa Lord Henry, non è ciò che pensa chi non accetta le convenzioni, non è ciò che pensa chi conosce l'unicità della vita.
La via più facile quasi mai è quella migliore.

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